Casaloldo: le preziose tracce del nostro passato dal “Diario di Giacomino”

L’8 dicembre 1888 salpava da Genova la nave San Gottardo, della compagnia navale Florio e Rubattino, che trasportava verso la mitica “Merica” un migliaio di poveracci lombardi e veneti, in cerca di un posto migliore per far crescere i loro figli. Tra di loro, anche la famiglia Badinelli, proveniente dalla cascina Duranda del Molinello di Casaloldo. Fu la prima famiglia casaloldese ad emigrare in Brasile. Molte, poi, ne seguirono l’esempio, nei successivi quarant’anni di emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo.

Il più piccolo in famiglia si chiamava Giacomo, detto Giacomino. Aveva 11 anni. Aveva lasciato al Molinello, oltre che la sua casa, i suoi amici e il suo cane, cui era follemente affezionato, anche un diario che aveva scritto nei mesi prima di partire, sapendo di dover partire. In quel diario, Giacomino mise dentro tutte le sue impressioni, le sue speranze, le sue preoccupazioni, le sue conoscenze. Descrisse quel piccolo mondo antico con i suoi occhi da bambino di fine Ottocento. Fortunatamente, quel diario fu poi ritrovato una decina di anni or sono nell’oratorio di San Luigi, presso il Podere Corte del Molinello, durante i lavori di ristrutturazione, nascosto in un luogo segreto.

Da quel diario, è nata l’ispirazione per scrivere il libro “Dal Molinello alla Merica”. Ne abbiamo estratto per l’occasione alcuni passi che descrivono l’ultima stagione autunnale che il bambino visse al Molinello. Lo possiamo chiamare così: “L’ultimo autunno casaloldese di Giacomino”.

(Dal diario…)

“L’ho già scritto tante volte, ma ci tengo a ripeterlo.

A me piace vivere qui alla Duranda, nei campi che fanno parte del grande fondo del Collegio delle Vergini.

E mi piacciono tutti i periodi dell’anno, e pure i lavori che si devono compiere in ogni particolare momento delle quattro stagioni.

Il frumento lo seminiamo in novembre, prima di San Martino, e il formentone in febbraio; in maggio, invece, piantiamo il “quarantì”, un tipo particolare di formentone con il gambo più piccolo, che appena quaranta giorni dopo la semina viene raccolto.

La semina del frumento e del formentone la facciamo a mano, cercando di seguire attentamente l’andamento diritto di ogni fila. Ma certe volte le piantine crescono in misura eccessiva in un piccolo spazio.

Allora scendiamo in campo nella veste di “sapàri” e con la nostra zappa selezioniamo le piantine che meritano di crescere per formare la pannocchia. Questo lavoro si chiama “s-ciarì” perché noi “schiariamo” il terreno con la zappa, in modo da lasciare un bello spazio di venti o trenta centimetri tra una fila e l’altra di piantine.

Però, visto che la semina del formentone la facciamo ancora a febbraio, purtroppo durante la primavera crescono attorno alle piantine delle erbacce infestanti. E’ il momento della “sapadüra”, ossia di utilizzare, soprattutto da parte di mio padre, un attrezzo trainato da un cavallo o da un asino, formato da un telaio di ferro con due ruote e due maniglie per guidarlo, con il quale lui smuove la terra e poi toglie le erbacce tra una fila e l’altra di piantine.

Infine, bisogna garantire pure un giusto colmo di terreno alla fila di piantine di formentone, usando sempre quello strumento che serve in questo caso per “l’enculmadüra”………….

Poi, d’autunno si vendemmia il vigneto del Podere Corte, ed è un momento che io aspetto con gioia perché si riunisce tutta la gente del Molinello, ed è una giornata di gran festa. L’uva che raccogliamo, cantando vecchie canzoni, la mettiamo in ceste di vimini che poi si svuotano dentro la “benàsa”, un contenitore di legno posizionato sul carro, oppure nelle “sòie”, che sono delle grandi mastelle: a fine giornata, mi diverto un mondo a pestare l’uva coi piedi assieme ai miei amici, stando bene attenti a non farci pizzicare dalle “furbizéte”.

Dalla prima spremitura dell’uva si ottiene il mosto, che si lascia riposare qualche giorno nel tino, prima di essere “caàt zó” nelle botti. Col mosto, la mamma cucina un dolce buonissimo che si chiama “sügol”, fatto con l’aggiunta di una giusta dose di farina. Il residuo della spremitura lo chiamiamo “gramóstule”, e viene passato in un torchio per fare il “vì turciàt”, che è tenuto separato dal vino buono.

Ma, visto che non buttiamo mai via niente, dal residuo della torchiatura e con l’aggiunta di acqua tiepida otteniamo pure il “vì marèl”, che viene bevuto per primo. Solo alla fine, infatti, una volta finito pure il “vì turciàt”, si passa a bere il vino buono.

D’inverno si va a “scalvà”, ossia a tagliare i rami delle piante e col “sapù”, una zappa molto tagliente, si tagliano prima i rami più vicini a terra e poi talvolta la pianta stessa, ossia la “sòca” con tutte le sue radici.

E poi, sempre nella stagione fredda, si deve portare il letame nei campi, ossia “straminà el rüt”, prima di arare in profondità la terra con l’ausilio di una coppia di buoi appaiati in un giogo, che vengono governati dall’aratore e che trainano un aratro detto “piò” e un carrello detto “sbanusèt”, che rende l’aratro più manovrabile.

Questa è l’aratura più pesante, mentre quella più leggera avviene in estate, allorché si devono rovesciare al sole le radici delle erbe infestanti cresciute tra le stoppie.

In novembre c’è pure una bellissima festa di sapore comunitario in ogni famiglia o cascina della nostra borgata: si uccide il maiale e si fanno i salami. Viene chiamato un personaggio molto importante in tutte le cascine qui attorno, detto “el masalér”, che poi sarebbe il norcino, il quale si occupa dei lavori più delicati.

Da noi viene il signor Lazzaro Lazzari, che durante il resto dell’anno invece vende salami e altre vivande nella sua bottega di pizzicagnolo là nel borgo.

I salami vengono poi messi a penzolare in cantina, che a casa nostra è rivolta verso la borgata dei Travagliati, quindi verso nord, nella parte più fredda della casa. C’è infatti la necessità che i salami stiano sempre al fresco – come d’altronde pure il vino -, in quella stanzetta il cui pavimento è pure stato scavato ed ora è fatto solo di terra, per rendere ancora meno umida e più fresca la permanenza dei fiaschi.

La sera, una combriccola di persone gira per le varie cascine a cantare il “Martinù”, una canzone antica con la quale chiedono di poter entrare per bere vino e mangiare in compagnia.

E di solito, la festa finisce quando tutti sono così brilli che non si riconoscono più…

Novembre è il periodo dell’anno che preferisco, perché cala una nebbia fittissima che chiamiamo “fümàna” e tutto il paesaggio si trasforma, scompare e riappare come per magia. È il momento preferito per fare lunghe passeggiate pomeridiane, seguendo le capezzagne tra i campi del Molinello, assieme al mio cagnone, fischiettando spensierato.

Puntiamo spesso verso i Morti del Crocione e io mi diverto a lanciare una stropelina nei campi, così il mio grosso amico a quattro zampe si getta al suo inseguimento e me la riporta felice e orgoglioso, scodinzolando.

Quando emerge in lontananza la sommità del campanile, sopra la bassa coltre di nebbia, mi fermo ad ammirare il mio paese, che immagino sonnecchiante attorno alla piazza della chiesa e alla Torre dei Casalodi.

E’ il momento in cui penso: ma chi sta meglio di me?

Poi riprendiamo la via di casa. E mi metto a cantare, mentre il mio cagnone cammina lentamente dietro di me, ormai stanco e con la lingua fuori: non vede l’ora di sdraiarsi sull’aia della Duranda!

E quando siamo vicini al Molinello e vedo tremolare la luce della lucerna che si riflette nella finestra della nostra cucina – e intravvedo i familiari movimenti di mia mamma davanti al focolare acceso -, mi viene quasi da piangere dall’emozione che provo, mi si gonfia il cuore nel petto e ringrazio Dio per avermi dato la mia splendida famiglia e la mia bella casa” (…).

Gian Agazzi

(Nella foto: un’immagine storica della cascina Duranda)