Don Bergamaschi: l’alfabeto del Coronavirus o della Rinascita (2a puntata)

Continuo a proporvi un alfabeto per la rinascita, nonostante e dopo il coronavirus, perché la speranza è più forte del virus e della morte. “Nulla è impossibile a Dio”, dice l’angelo alla Madonna. E noi diciamo che nulla è impossibile anche per chi crede in Lui: anche far nascere la luce dalle tenebre. Quindi continuiamo:

D … come “Discernimento”.

Discernimento significa vagliare il groviglio degli eventi, estraendone un senso e un fine, più che una fine. Papa Francesco nella benedizione Urbi et Orbi di Pasqua ha dato alcuni elementi fondamentali per il discernimento. Ha chiesto a tutti di impegnarsi a dire decisamente quattro no:

No all’indifferenza

“Non è questo il tempo dell’indifferenza, perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia”.

No all’egoismo

“Non è questo il tempo degli egoismi, perché la sfida che stiamo affrontando ci accomuna tutti e non fa differenza di persone”.

No alle divisioni

“Non è questo il tempo delle divisioni. Cristo nostra pace illumini quanti hanno responsabilità nei conflitti, perché abbiano il coraggio di aderire all’appello per un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite”.

No alla dimenticanza

“Non è questo il tempo della dimenticanza. La crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone”.

(Cfr. Papa Francesco, Messaggio Urbi et Orbi, 12 aprile 2020)

E … come “Essenziale”.

Chiusi in casa, limitate le relazioni e condizionata la vita normale di prima, abbiamo tuttavia sperimentato che possiamo fare a meno di tante cose. In realtà l’uomo non ha bisogno di molte cose per vivere, per essere felice. Ritornare all’essenzialità, cioè alla semplicità e alla naturalezza, è stato sicuramente un appello che vogliamo raccogliere da questa esperienza del coronavirus. L’uomo, cioè noi, ha bisogno di fiducia e di speranza che vi sia giustizia, accoglienza, riconoscimento, rispetto. L’uomo, cioè noi, ha bisogno di libertà vera da ogni tipo di schiavitù o dipendenza (e ce ne sono molte!). L’uomo, cioè noi, ha bisogno di amorevolezza da parte degli altri, di socievolezza che sconfigge l’individualismo, di dialogo e di comunicazione reciproca contro l’autonomia del “chi fa da sé fa per tre”. Con queste essenzialità, poi arriveranno tutte le altre cose e non mancherà più nulla. “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt. 6,33). Essenziale, per noi cristiani, è Adorare. Quando si adora ci si rende conto che la fede non si riduce a un insieme di belle dottrine, ma è il rapporto con una Persona viva da amare. E’ stando faccia a faccia con Gesù che ne conosciamo il volto. Adorando, scopriamo che la vita cristiana è una storia d’amore con Dio, dove non bastano le buone idee o le buone pratiche, ma bisogna mettere Lui al primo posto, come fa un innamorato con la persona che ama. Così dev’essere la Chiesa, un’adoratrice innamorata di Gesù suo sposo. Ritornare all’essenziale vale anche per i cristiani e vuol dire che l’Adorazione è al centro. Poi verranno anche le altre cose, le quali, senza questa, non rimangono. “Chi non raccoglie con me, disperde” (Mt. 12,30 e Lc. 11,23).

F … come “Fragilità”.

Ci siamo accorti che non siamo onnipotenti, non siamo eterni. Ho sentito spesso: ‘ non vedo l’ora di tornare a divertirmi come prima’. Non ho nulla contro il divertimento. Ma forse chi dice così proprio non ha capito la lezione: tornare come prima, come se non fosse successo nulla … vuol dire che non si è riflettuto sulla nostra condizione di fragilità, non per piangerci addosso o per inventare chissà quale tecnologia per divenire immortali, come dice il “transumanesimo” (Cfr. Il Festival della Filosofia di Modena del 18 – 20 settembre 2020). Mi piace la riflessione di Luciano Manicardi (priore di Bose – Biella), quando ha scritto su Avvenire del 12 aprile 2020: “La fragilità umana riguarda le relazioni, la salute, il lavoro: se l’uomo non si riduce alla sua fragilità, tuttavia il suo essere ne è letteralmente impastato. La fragilità dice la nostra esposizione, la nostra apertura, che è al contempo apertura alla vita e all’amore come al rischio e al pericolo. Davvero nessun elogio della fragilità: che elogio c’è da fare quando una relazione amorosa o amicale si sfalda e muore, magari lasciando posto a odio e rancore? Che elogio c’è da fare quando la fragilità schiaccia una persona conducendola al suicidio? Che elogio c’è da fare quando il dolore fa impazzire una persona? Troppo spesso le fragilità diventano rotture, fine traumatica di relazioni, angosce, follia, e allora la risposta da dare si situa sul piano della solidarietà, della presenza, dell’attiva compassione, dell’azione di giustizia e misericordia tanto sul piano interpersonale, quanto su quello sociale, medico, politico per attenuarne gli effetti disumanizzanti”. Non esaltazione pertanto della fragilità, ma riconoscimento e accettazione, umile e serena, della precarietà della nostra esistenza.

(L’Alfabeto continua la prossima settimana)