Don Bergamaschi: l’alfabeto del Coronavirus o della Rinascita (3a puntata)

Come accade già da qualche settimana su questo giornale, proseguiamo col nostro “alfabeto per la rinascita”, perché la speranza è più forte del virus e della morte:

G … come “Globalizzazione”.

Il virus Covid-19 ci ha obbligato ancora di più a comprendere che tutto è connesso, che nessuno, singolo, famiglia, comunità civile, nazione, può ritenere di fare da solo e di non avere in qualche modo relazioni con gli altri, con il mondo intero. A questo proposito riprendo una riflessione di papa Francesco nella Laudato sì:” Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso. Il tempo e lo spazio non sono tra loro indipendenti, e neppure gli atomi o le particelle subatomiche si possono considerare separatamente. Come i diversi componenti del pianeta – fisici, chimici e biologici – sono relazionati tra loro, così anche le specie viventi formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere. Buona parte della nostra informazione genetica è condivisa con molti esseri viventi. Per tale ragione, le conoscenze frammentarie e isolate possono diventare una forma d’ignoranza se fanno resistenza ad integrarsi in una visione più ampia della realtà” (L.S. n. 138). E ancora il papa:” Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura” (idem, n.117).

Intervistato su cosa resterà di stabile dopo questa esperienza, Mons. Vincenzo Paglia risponde a Paolo Conti in Ci salveremo non da soli sul Corriere della Sera del 24 aprile 2020:” Alla fine resterà in piedi un solo grande tema: la fraternità universale. Siamo interconnessi. Siamo fratelli e sorelle. Non è solo biologia la razza umana. E’ la sostanza della biologia. Da me dipendono gli altri e viceversa”. Sembra un’anticipazione di quanto il Santo Padre dirà nella enciclica sociale “Fratelli Tutti” il 3 ottobre 2020 ad Assisi, sulla Tomba di San Francesco, fratello universale.

H … come “Home”.

Vado in prestito di una parola straniera: Home, casa. E’ da mesi che siamo chiusi totalmente o quasi in ‘casa’. La casa non è solo un perimetro di muri che racchiude mobili, letti, tavoli, sedie ed elettrodomestici … E’ soprattutto il luogo degli affetti e delle relazioni. Mai come questa chiusura forzata ci ha fatto apprezzare la casa. So bene che in qualche caso tale clausura ha fatto scoppiare situazioni più o meno latenti e sommerse di incomunicabilità, di lontananza, di indifferenza e persino di ostilità tra i membri della famiglia. Ma la casa resta per tutti lo spazio in cui vivono in modo stabile e continuativo i legami intimi. Prendo in prestito le parole di uno psicologo-psicoterapeuta francescano, Giovanni Salonia, da “ Casa abitata e casa dormitorio, casa reale e casa virtuale” in ‘Parola Spirito Vita’, n.64 p.222: “ La casa si configura man mano come uno sfondo di volti amati che si sovrappongono, di suoni che si è imparato a distinguere con gioia o con paura, di corpi vicini o lontani, desiderati o sopportati, esplorati o inaccessibili, di parole sussurrate o urlate, dolci come una carezza o taglienti come una spada, di silenzi placanti o inquieti, di gesti a lungo invano attesi, di segreti inutili o nascosti, di sguardi luminosi o cupi, di odori sfumati, di notti insonni e di giorni in attesa, di angoli in cui ci si nascondeva e si giocava inventando il mondo o ci si sentiva abbandonati e messi da parte, di macchie sul muro che diventavano di volta in volta o mostri o angeli, di beatitudine gustata o agognata”. Ho pensato a tutti noi chiusi nelle nostre case, e mi sono venute in mente alcune case bibliche: quella di Gesù, dove ospito per un pomeriggio intero i primi due discepoli (cfr. Gv.1,39); la casa di Zaccheo, dove Gesù entrò per stare con lui (cfr. Lc. 19,1-10); la casa di Maria, Marta e Lazzaro, gli amici dove Gesù spesso di rifugiava (cfr. Lc. 10,38-42). Per tanti una casa propria è un sogno … purtroppo! Ma ancora: per tanti la casa è un incubo: per l’indifferenza che vi ristagna, le separazioni di fatto, le violenze! Per tanti è stata una … salvezza! Facciamo sì che le nostre case diventino luoghi di vita e di vita bella e piena, specialmente per i piccoli e i nonni.

I … come “Isolamento”.

Ci siamo isolati, forzatamente, ma per riabbracciarci! Da questo isolamento forzato deve nascere qualcosa di buono e di positivo. In realtà l’isolamento fisico non ha impedito di stare con tanti; anzi, questa situazione di pandemia ci ha permesso sorprendentemente di avere o riscoprire molte, moltissime relazioni che si erano forse un po’ sbiadite nel tempo. Ma l’isolamento ci ha insegnato anche il valore della solitudine. Sì, la solitudine. Dipende da come la si è accolta e vissuta: essa può essere un inferno, ma può far sperimentare anche un po’ di paradiso. Scriveva Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere (Diario 1935-1950):” La massima sventura è la solitudine. Tanto è vero che il supremo conforto, la religione, consiste nel trovare una compagnia che non inganna, Dio. La preghiera è lo sfogo come con un amico. Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri”. Quando la solitudine è abitata da valori positivi e da Dio, ne comprendiamo la bellezza. Madeleine Delbrèl scrisse:” La vera solitudine non è l’assenza degli uomini, ma la presenza di Dio” (da La gioia di credere, Torino, Gribaudi, 1988, pp.95-102).

(L’ Alfabeto continua la prossima settimana)