Don Bergamaschi: l’Alfabeto del Coronavirus o della Rinascita (5a puntata)

Come avviene da alcune settimane, continuiamo ad esplorare il nostro speciale “alfabeto” per la rinascita, perché la speranza è più forte del virus e della morte. Quindi continuiamo:

O … come “Onnipotenza”.

Lo chiamano “delirio di onnipotenza”. Ci aveva preso un po’ tutti. Ma si confronta oggi drammaticamente con la parola e la realtà della nostra vulnerabilità. Siamo vulnerabili al punto da mettere a rischio la vita stessa. La nostra vulnerabilità che non abbiamo accettato, ma anzi rimosso nei modi più diversi, ci obbliga a rivedere il nostro stile di vita. In una intervista a Charlotte d’Ornellas, della rivista francese “Valeurs”, il card. Robert Sarah ha detto:” La crisi attuale è una parabola. Ha rivelato come tutto ciò che facciamo, e siamo invitati a credere, fosse incoerente, fragile e vuoto. Ci è stato detto: si può consumare senza limiti! Ma l’economia è collassata e i mercati azionari stanno crollando. I fallimenti sono ovunque. Ci è stato promesso di spingere sempre più in là i limiti della natura umana da una scienza trionfante. Ci è stato detto della procreazione artificiale, della maternità surrogata, del transumanesimo, dell’umanità rafforzata. Ci vantavamo di essere un uomo di sintesi e un’umanità che le biotecnologie avrebbero reso invincibile e immortale. Ma qui siamo in preda al panico, confinati da un virus di cui non sappiamo quasi nulla. Epidemia era una parola antiquata, medievale. Improvvisamente è diventata la nostra vita quotidiana. Credo che questa epidemia abbia dissipato il fumo dell’illusione. Il cosiddetto uomo onnipotente appare nella sua cruda realtà. Lì è nudo. La sua debolezza e la sua vulnerabilità sono evidenti. Essere confinati nelle nostre case ci permetterà, si spera, di tornare all’essenziale, di riscoprire l’importanza del nostro rapporto con Dio, e quindi la centralità della preghiera nell’esistenza umana. E, nella consapevolezza della nostra fragilità, affidarci a Dio e alla sua misericordia paterna”.

P … come “Prossimità”.

Questa pandemia ci deve scuotere per smuovere in noi sentimenti e azioni di prossimità, di aiuto, di solidarietà con chi soffre, con chi è stato colpito dal male ed è rimasto indietro. Molto suggestiva è la riflessione che Papa Francesco ha fatto nella domenica della Misericordia 2020, quando ha parlato di San Tommaso che, rimasto indietro perché quel primo giorno della settimana lui non c’era nel Cenacolo, viene recuperato da Gesù. Gesù non ha lasciato indietro nessuno. Così deve fare la Chiesa, così fanno i cristiani: “In questa festa della Divina Misericordia l’annuncio più bello giunge attraverso il discepolo arrivato più tardi. Mancava solo lui, Tomaso. Ma il Signore lo ha atteso. La misericordia non abbandona chi rimane indietro. Ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua proprio questo pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso. Questa pandemia ci ricorda però che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!” (Francesco, Omelia per la festa della Divina Misericordia, 19 aprile 2020). Antidoto o antivirus al Covid-19 resta la solidarietà, la prossimità. Abbiamo avuto esempi eroici di amore al prossimo da parte di medici e di infermieri. Alcuni hanno dato anche la vita. La solidarietà e il prendersi cura dell’altro sono l’insegnamento di fondo che cogliamo da questa pandemia.

Q … come “Quotidianità”.

Le piccole cose di ogni giorno, che prima passavano inosservate, perché non c’era tempo, perché si era sempre in ritardo, perché c’era sempre qualcos’altro da fare … Abbiamo riscoperto le cose ordinarie. In quei giorni, e anche ora, il cielo è particolarmente azzurro, i raggi del sole mattutino filtrano tra le tende delle finestre, il cinguettio degli uccellini sulle piante cui prima non davamo ascolto, il suono delle campane … forse ci siamo anche accorti dei fiori e li abbiamo anche ammirati per un po’. Poesia? Retorica? Penso che sia stata invece una bella lezione di quotidianità da non dimenticare. Esserci fermati ci ha costretti ad avere un’attenzione a tutto, anche a ciò che prima passava inosservato. Il quotidiano nasconde doni preziosi di cui non ci rendiamo conto. Quotidianità chiama semplicità. Ha scritto il dott. Albert Schweitzer:” Lo spirito della nostra epoca disprezza ciò che è semplice. Non crede più che la semplicità possa corrispondere a profondità. Si compiace di ciò che è complicato e lo considera profondo” (Albert Schweitzer, Rispetto per la vita, Torino, Claudiana, 2019). Infatti parliamo di società “complessa”, sempre più complessa, al punto che non ci ricapitoliamo più, perdendo il senso dell’umanità. La quotidianità ci facci riscoprire il gusto del nostro essere “umani”, semplici uomini, ma figli di Dio.

(Continua la settimana prossima)