“Io vengo per fare la tua volontà”: il Vangelo della IV domenica di Avvento

Il Natale, la solenne celebrazione del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio è ormai di fronte a noi e ci chiede una attenzione forte per poterla accogliere pienamente. Non possiamo cancellare il clima che abbiamo costruito attorno a questa circostanza. Anche se è tanto segno di valori effimeri che noi abbiamo aggiunto per giustificare le nostre scelte consumistiche, non è tutta zavorra. Ci sono motivazioni di fondo che dobbiamo riconoscere, non per condividerle supinamente, ma per dare loro un’anima e soprattutto, credo, sia essenziale lasciarci prendere dal mistero che diventa in noi luce, gioia, pace, serenità interiore ed esteriore. Vorrei per un momento soltanto portare  la nostra attenzione sul Natale come dramma, perché credo sia questo il volto più vero e completo del mistero che ci prepariamo a vivere.

E’ dramma la motivazione del Natale: il nostro peccato. Spesso noi minimizziamo il peccato facendolo coincidere con la trasgressione, ma in realtà è molto di più. Il peccato è anzitutto chiusura di fronte all’amore; è rottura di rapporti per scegliere l’isolamento. Credo che dovremmo riflettere sulla drammaticità del peccato per comprendere, almeno in parte, la grandezza infinita del dono di Dio. L’uomo nel peccato (inteso come condizione abituale di vita) è l’uomo che rifiuta la vita come proposta per la realizzazione della sua persona; è l’uomo che si regge sul non senso, sul precario, sulla non vita. Il primo dramma del Natale parte da questa situazione e si gioca nella nostra realtà umana. Non diciamo: “Io sono esente”, perché se analizzi la tua vita dovrai riconoscere tante volte che si regge (o pensa di reggersi) su ciò che non sarà mai capace di soddisfarla pienamente.

La seconda fase del dramma è la grotta di Betlemme. Quella grotta che noi abbiamo riempito di poesia, di commozione e sulla paglia non abbiamo nessun ritegno ad esporre un neonato vestito solo del perizoma. Ci dimentichiamo che è non solo segno di povertà, ma di esclusione. Quei genitori non sono lì per scelta, ma costretti da disposizioni assolutiste, confinati da una condizione sociale esclusivista. Non voglio essere disfattista, ma domandiamoci con un po’ di realismo, quanti bambini nascono in queste condizioni (almeno nella nostra società)? Tutto questo è dramma perché ci mostra in maniera impietosa la fatica e il dolore che porta con sé la scelta di Dio di voler colmare e superare il dramma dell’uomo.

A questo punto penso possiamo agganciare anche quello che mettiamo abitualmente attorno al Natale: luci, poesia, canti, doni … purché tutto venga ad illustrare il “dramma”, non a farlo dimenticare.  Il modo migliore per ricordarlo è lasciarsi prendere dal mistero di amore che lo avvolge. Anzitutto lasciarci sorprendere da quell’amore. Non è una cosa scontata, tantomeno dovuta, è il dono di se stesso fatto all’umanità. Dio non si fa condizionare da forze e sentimenti mutevoli, l’unico motivo del suo agire è l’amore che diventa forza di azione senza limiti (Ci ha amato fino ad annullare se stesso)  Se glielo permettiamo, quell’amore invade il nostro animo, fino a dargli una nuova vitalità.  Non lasciamoci impressionare da questo fatto, pur sconcertante. Deve diventare il motivo dominante della nostra vita. Il presepe ha come sfondo la croce e tra l’uno e l’altra c’è continuità, perché sono ispirati dall’unico amore. Allora sarebbe un Natale completo: la povertà dell’uomo che si incontra con l’amore infinito di Dio e questo provoca la gioia vera che si manifesta in tutto ciò che è bello, piacevole, buono. “Ecco, io vengo a fare la tua volontà”. Nel presepio viene ristabilito l’ordine del Paradiso Terrestre.Il progetto di Dio diventa realtà nella storia.

Don Luigi Trivini