“Il giorno di Javhè”: il commento al Vangelo di domenica 15 novembre

Con questa denominazione la Bibbia (specialmente l’Antico Testamento) intende indicare l’avvenimento nel quale Dio manifesta la sua potenza ed esce vincitore contro tutte le potenze contrarie alla vita: il male fisico e morale, i nemici di ogni genere, l’ingiustizia e tutto quello che diventa in questo mondo ostacolo specialmente contro l’uomo e tutto ciò che Dio ha creato. E’ un momento forte che s’impone alla considerazione umana; un momento di stacco netto con il passato.

I profeti hanno sempre usato questa figura come richiamo estremo diretto verso il popolo, specialmente quando si allontanava dalla Legge, ma ancora più verso i re e i governanti in genere o i sacerdoti del tempio quando con le loro scelte ignoravano o addirittura contraddicevano l’Alleanza. Sono sempre parole dure e minacciose quelle dei profeti a questo riguardo: Dio verrà all’improvviso come il ladro di notte; distruggerà il mondo presente  …   Nessuno scamperà alla sua ira …  verrà a instaurare la giustizia e la pace. Si imposta così la letteratura apocalittica che sarà presente in tutta la storia d’Israele ed anche Gesù ne farà uso abbastanza frequentemente. Infatti, quando parla della fine di Gerusalemme o della sua fine fa uso di questo tipo di linguaggio. Se lo analizziamo ha i seguenti elementi: questo mondo non è definitivo e quindi dovrà finire; Cristo tornerà su questa terra e realizzerà la sua presenza definitiva; il mondo sarà sconvolto e cambiato totalmente. Sarà “rapito” con Cristo nell’eternità.

Questo è il mistero che ci è proposto dalla liturgia delle ultime domeniche dell’anno liturgico dalla fede in Cristo, Figlio di Dio incarnato, morto e risorto. A noi rimane l’impegno di entrarvi per viverlo da credenti cristiani.

Si tratta del rapporto tra Dio e noi, quel rapporto che ha attraversato tutta la storia dell’uomo e si è manifestato con la venuta del Figlio di Dio. Anche molti fatti della nostra storia lo rivelano, anche se noi non siamo sempre in grado di riconoscerlo.

Non possiamo comprendere tutto ma quello che mi sembra alla nostra portata consiste anzitutto nella consapevolezza della precarietà di questa nostra vita attuale con tutto quello che porta con sé. Spesso noi viviamo come se non ci fosse una fine, ma questo è un inganno colossale, perché l’unica cosa certa nella nostra realtà attuale è la fine di tutto quello che è attorno a noi, compresi noi. È il mistero della morte. Ci rattrista, ci terrorizza addirittura, ma è inesorabile. Cristo, venendo in mezzo a noi, assumendo la nostra natura, condividendo questa nostra esperienza come espressione di amore al Padre e dono di amore a noi, con la sua risurrezione ha cambiato la storia: non è più una forza contro la vita e contro l’uomo, ma ci riserva l’orizzonte di una vita nuova: quella della comunione con Dio, la vita eterna.

Questa nuova condizione, già attuale nella nostra vita di credenti, però non è definitiva, perché noi siamo ancora immersi in questa storia fatta di contrasti, di precarietà, di compromessi, di continuo divenire. Il ritorno di Cristo renderà tutto questo definitivo e allora ciò che Lui ha realizzato sulla croce sarà l’unica realtà che segnerà la vita dei Beati nell’eternità. Trattandosi di realtà che non sono di nostro dominio, la Bibbia ce le presenta con il suo linguaggio, il così detto linguaggio apocalittico, che può incutere timore, ma ricordiamo che anche questa parte della Parola di Dio è un annuncio di salvezza. Cristo verrà a salvarci definitivamente e quindi sarà l’apoteosi dell’opera di Cristo Salvatore. Noi come dobbiamo viverla? Certamente non nella paura, ma vigilanti e nella speranza. Vigilanti significa che quello deve essere il nostro punto di riferimento costante per poter dare senso al presente con lo sguardo e con il cuore pieno di speranza.