“Le lebbre della nostra vita”: il commento al Vangelo della domenica

La parola, come la malattia a cui si riferisce è da noi dimenticata, perché non ci appartiene. Sono secoli che la nostra società non ha a che fare con questo problema, per cui l’abbiamo relegato nelle società meno evolute o di altri tempi. Non è mia intenzione proporvi una riflessione di carattere moralistico, ma, accogliendo il messaggio biblico di questa domenica, mi pare adeguato pensare alle lebbre che sempre serpeggiano nella nostra vita. Teniamo presente la gravità della malattia, perché nonostante ci sembri lontana nel tempo e nello spazio, ha  una presenza anche nella nostra società evoluta. E’ una testimonianza costante dell’egoismo del mondo ricco nei confronti del mondo povero. Rauol Follereau (inizio anni ’60 del secolo scolo scorso), il missionario dei lebbrosi, già al sua tempo aveva lanciato una sfida al mondo ricco: “Datemi il corrispondente di due bombardieri ed io vi assicuro che eliminerò la lebbra dal mondo”. La sfida cadde nel vuoto. Si continuò a costruire bombardieri in serie e la malattia si è dovuta affrontare con i mezzi che possono offrire le offerte dei volontari.

Ma se oggi questa gravissima malattia non costituisce una minaccia per l’umanità, non per questo non è eliminata, sia in senso fisico che morale. Nel messaggio evangelico Cristo si propone come colui che “monda” l’uomo dalla lebbra (la lebbra ai tempi di Gesù era una evidente conseguenza del peccato, per cui se fosse subentrata la guarigione, il malato non era guarito, ma mondato). Tenendo presente la gravità che ancora incombe sull’umanità, vorrei individuare le lebbre della nostra vita per conoscerle e per avere la forza di affidarci a Cristo in modo che possiamo affrontarle e sconfiggerle.

Io vedo il concetto di lebbra anzitutto nel lasciar crescere tra di noi la presenza del male che poco per volta dilaga nelle nostre coscienze. Ci sono comportamenti, scelte di vita,che entrano nelle nostre abitudini fino a stabilirsi in modo stabile quali  mentalità dominanti che sono palesemente contro la vita. Anzi, rovesciano le prospettive e fanno sentire a disagio chi ragiona e agisce cercando l’onestà, la rettitudine, il bene. Penso in particolare ai valori che dovrebbero guidare le scelte di vita; ai rapporti che dovrebbero dare sicurezza e stabilità alle persone; ai rapporti tra le nazioni. Tutto questo e tanto altro dello stesso genere è “lebbra” perché lo lasciamo crescere indisturbato insieme a tutto il resto fino a quando non distrugge una società o una convivenza e ci si accorge a mala pena della sua presenza quando quello che abbiamo costruito cade a pezzi. Cosa può fare Cristo per salvare queste situazioni. Se noi ci presentiamo a Lui con le vesti del nostro orgoglio strappate come il lebbroso del Vangelo e gli rivolgiamo la stessa domanda ci risponderebbe allo stesso modo: “lo voglio, sii mondato!”. Noi, nel nostro orgoglio di arrivati abbiamo il coraggio e l’umiltà di presentarci in questo modo? Dovremmo riconoscere di aver bisogno di Lui.

Cristo fa il miracolo (non il prestigiatore!). Vale a dire, Cristo ci parla di verità della vita, di verità delle persone, di amore che raggiunge le une e le altre e il miracolo più miracolo sarà che noi comprendiamo che la sua Parola ci fa raggiungere quello che noi ci rubiamo a vicenda, non le nostre astuzie. Ci scrolliamo di dosso le piaghe quando sappiamo guardarci con sguardo semplice e comprensivo; saldiamo il nostro debito con Dio se ci uniamo a Cristo nel suo sacrificio; viviamo una vita nuova quando le dinamiche dell’amore sono sostituite a quelle dell’interesse, della sopraffazione, dell’egoismo dominante. Crediamo al Cristo che non si è ritirato di fronte al peccato dell’uomo e nemmeno di fronte alle miserie, ma ci porta la vera novità di vita. ci dice con sicurezza “lo voglio!” e Lui realizza per noi la nuova vita.