L’omelia integrale di don Matteo Palazzani nella II domenica di Pasqua

Tommaso non c’era quando Gesù risorto è apparso agli apostoli la prima volta. Mi sono chiesto: perché Gesù non si è manifestato personalmente a Tommaso? Non avrebbe potuto raggiungerlo in forma privata? Forse sì, ma non lo ha fatto. Perché? Perché Tommaso da quando è stato chiamato da Gesù è entrato a far parte integrante di una comunità, e quello è il suo posto. E proprio nella comunità riunita Gesù si manifesta.

Se in qualche occasione Gesù Risorto si è manifestato a singoli, come a Maria di Magdala, questo incontro non è pienamente compiuto finché non è annunciato, condiviso, testimoniato. Per avere un incontro nella pienezza e nella verità Tommaso deve stare con gli altri, deve stare in comunità. E’ la comunità infatti il luogo dell’epifania del Risorto, e dall’incontro con lui essa viene trasformata e rigenerata con il dono della pace e del perdono.

La prima comunità come viene descritta dagli Atti degli Apostoli ha come segni particolari la comunione, che si manifesta anzitutto nello stare insieme e nel sentirsi un unico corpo. Lì si incontra Cristo, nelle relazioni fraterne “dove due o più sono riuniti nel suo nome”. Allora anche noi più faremo comunione più la presenza di Cristo in mezzo a noi sarà visibile e palpabile. Tutte le volte invece che viviamo la nostra fede in modo individualistico e intimistico non solo non permettiamo a Cristo di manifestarsi ma diamo anche una contro testimonianza di lui.

Mi capita talvolta di osservare come alcuni preferiscono o prediligono venire in chiesa quando non c’è nessuno dicendo: “quando sono da solo mi sembra di pregare davvero”. Oppure persone che partecipano alla Messa entrando e uscendo dalla chiesa senza fermarsi a salutare nessuno, magari cercando un posto in un angolo isolato della chiesa; confesso che mi sono chiesto se siano di un’altra religione. A meno che uno abbia dei problemi di sociofobia, non riesco a capire cosa c’entri un atteggiamento così con il cristianesimo. Scrive Giovanni nella sua lettera: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello”. E per odiare il fratello non c’è bisogno di prenderlo a male parole o di usare la violenza, basta evitarlo, disinteressarsi di lui.

Quanto mi manca la comunità. E mi manca da molto prima dell’isolamento, perché quella comunità è molto di più del ritrovarsi insieme per la preghiera. È quella che si fa tanto fatica a vivere. E sto pensando anzitutto ai nostri ambienti ecclesiali dove ci si chiama spesso fratelli e sorelle, ma forse non ci si riconosce tali.

Se ci fosse più comunità sicuramente ci sarebbero meno poveri, perché ciascuno si prenderebbe cura del proprio fratello, e non servirebbe la Caritas per sopperire ai bisogni primari della gente. C’è poco da rallegrarsi quando si sente che gli operatori e i volontari hanno aumentato la distribuzione dei pacchi alimentari, perché significa che c’è meno comunità. Qualcosa che si avvicina a un senso cristiano di comunità lo realizziamo nella nostra parrocchia con la cesta degli alimenti collocata in chiesa e dove ciascuno può portare dei prodotti, ma si può fare di più, perché anche lì manca il contatto umano. E lo stiamo capendo molto di più ora quanto si faccia fatica a sentirci uniti senza contatto.

Se ci fosse più comunità non si farebbe fatica a trovare persone disponibili a svolgere un servizio in parrocchia penso alla liturgia, alla catechesi, alla cura delle strutture parrocchiali…  Chi se ne deve occupare? L’ 8 per 1000 alla Chiesa Cattolica? Che fatica anche in questo tempo di emergenza a trovare persone che possano garantire il servizio minimo per la celebrazione eucaristica domenicale. E quanta fatica a portare avanti una relazione di vicinanza e accompagnamento per i percorsi catechistici e di pastorale giovanile. Se come dice il famoso adagio che è nei momenti di difficoltà si rivela la vera natura dell’uomo, potremmo fare una seria e profonda riflessione su quale sia la vera natura della nostra comunità.

Sono certo che se fossimo più credenti ci sarebbe più comunione e più comunione farebbe più credenti. La comunione è di per se stessa attraente e non dovremmo inventarci cose strane per attirare la gente, perché la gente cerca spazi di comunione vera, di accoglienza aperta, di gesti e parole semplici, di condivisione libera.

Chissà dov’era andato Tommaso? Perché non era con gli altri? Si era isolato a cercare il Signore da solo? Forse avrà pensato meglio soli che mal accompagnati? Forse non avrà ritenuto la sua comunità all’altezza delle sue aspettative? Ebbene Gesù arriva proprio lì.

Allora amiamo la nostra comunità, e se c’è qualcosa che non va facciamo un passo avanti anziché due indietro. Gesù non ritorna dagli apostoli per Tommaso, se mai è Tommaso che ritornando nella sua comunità può incontrare Gesù. E Gesù gli mostra non la corona del vincitore ma le mani e i piedi forati dai chiodi, le sue piaghe… Anche noi oggi possiamo intravedere la presenza di Gesù non certo nelle perfezioni esemplari della nostra comunità ma nelle sue ferite, nei suoi limiti e nelle sue lentezze…ma da quelle può sprigionarsi la luce di Cristo solo se non ci sforziamo di tapparle con il nostro attivismo efficientistico ma amando di più.