Tecnologia, smart working e libertà: la riflessione del filosofo Cremonesi

Questa riflessione scritta nasce a margine della puntata registrata di “Scaffale Alfa Pop – L’immaginario è ciò che ci circonda”, trasmissione che conduco su Radio Alfa. Il tema, stimolato dalla lettura del volume “Quando abbiamo finito di capire il mondo” di Benjamín Labatu (Adelphi), riguarda la fiducia nella scienza e nelle nostre capacità di esseri umani. Detto in altri termini, credo si possa fare un parallelismo, che va però trattato con le debite proporzioni, fra l’atteggiamento dell’umanità della Belle époque (primi anni del ‘900) e quella dell’epoca che stiamo vivendo (i primi vent’anni del 2000).

Ad inizio ‘900 la filosofia e il clima culturale dominante erano quelli del Positivismo. Una corrente filosofica – e non solo – che ha ispirato (procedo per sommi capi, mi scuserete, ma non voglio rubare troppo spazio e tempo) l’idea di fiducia cieca nel futuro. Questa passione per ciò che doveva venire, inteso come ciò che sarebbe stato sicuramente meglio del presente attuale dell’epoca, spingeva a credere che, con il passare del tempo, si sarebbe vissuto meglio (e di più) grazie alla scienza e alla tecnologia. La letteratura di genere (la fantascienza) non era ancora catastrofica. Verne, in Francia, e Salgari, in Italia, ad inizio secolo fanno sognare con i loro, rispettivamente, “Parigi del XX°secolo” e “Le meraviglie del 2000”. In sintesi: il futuro sarà bello, vivace, attivo, ricco di stimoli. Ci sarà la velocità, la corrente elettrica, il ferro e l’acciaio, invenzioni che ci faranno lavorare meno; ci sarà il motore a scoppio che consentirà di accorciare le distanze, si potrà volare come uccelli e ci saranno i raggi x per curarci. Salgari, nel suo romanzo del 1907, immagina anche le mail. In “Le meraviglie del 2000” descrive il sistema di posta formato da una serie di tubi che ci portano sulla finestra, o sullo specchio, direttamente le missive aperte, pronte per essere lette. Tutta la tecnologia che i due autori (e con loro altri ovviamente) descrivo non condanna ed uccide l’essere umano; tuttalpiù lo aiuta a vivere e operare meglio. Si lavorerà meno, ci sarà più tempo libero, le condizioni di vita e l’aspettativa della medesima saranno solo migliorabili. Insomma, nel futuro staremo meglio e lavoreremo meno grazie proprio alla tecnologia e, di conseguenza, alla scienza, la disciplina che sovrintende al tutto ….

Poi succede la Guerra. E che Guerra. La Grande Guerra, come la chiamavano – giustamente – i nostri nonni e le nostre nonne. Fu un shock. Vero. Milioni di morti. Milioni di soldati presi dai campi e portati a combattere sui fronti, in montagna, nelle trincee, in giro per l’Europa. Questi uomini, tutti giovani che, oggi, definiremmo adolescenti e ventenni, si trovano così spaesati perché gettati a combattere al fianco di quella tecnologia e di quella scienza di cui hanno sentito parlare e che, gli hanno raccontato, cambierà in modo positivo la loro vita. Quello che invece vivono, sentono e osservano sono due mostri che li stritola e li consuma, letteralmente. La tecnologia è anche e soprattutto quella che ha portato alla creazione di grandi macchine da guerra; è quella che ha diffuso i gas sui campi di battaglia e le bombe in cielo; è quella che illumina a giorno le trincee. Ha ragione Karl Kraus, quelli sono stati davvero “gli ultimi giorni dell’umanità” e, quest’ultima, l’ha vissuta in quel modo ogni giorno, per quattro interminabili anni.

Dalla fine della Grande Guerra in poi, dunque, la fiducia nella scienza e nella tecnologia vacilla. Il colpo di grazia arriva, come è noto, nella Seconda Guerra Mondiale. Ora, con lo stesso espediente utilizzato da Salgari ne “Le meraviglie del 2000”, facciamo un salto avanti di 100 anni.

Siamo negli anni 2000, proprio come accade ai due viaggiatori protagonisti del romanzo di Salgari… La differenza, però, è che noi conosciamo davvero questa storia perché ne siamo i protagonisti e i diretti interessati. E allora fate attenzione alle questioni che seguono Ve lo ricordate? Vi ricordate la nascita di quello che Alessandro Baricco chiama il “Game”? Intendo la vera grande rivoluzione che è successa e si è diffusa dopo il grido d’allarme di Francis Fukuyama nel suo catastrofico “La fine della storia e l’ultimo uomo”… Per capire meglio, riassumiamo il tutto, per ora, con le parole di uno dei grandi padri nobili, e pratici, di questa rivoluzione: Steve Jobs. “Il lavoro riempirà gran parte della vostra vita e l’unico modo per essere veramente soddisfatti è quello di fare ciò che pensate sia il lavoro migliore. E l’unico modo per fare il lavoro migliore e quello di amare quello che fate. Se non lo avete ancora trovato, continuate a cercare. Non vi fermate. Come tutti gli affari di cuore, lo saprete quando lo troverete”. Che meraviglia!

Quello è il discorso più cliccato in quegli anni, dopo cioè la sua prematura scomparsa. Un guru. Non solo un produttore, geniale, di computer e telefonini, Jobs è stato quello che, preso in mano il “Game”, e cioè Internet, ne ha capito le potenzialità tecniche. Nuovamente, proprio come è accaduto nell’epoca del Positivismo, qualcuno ha saputo fondere insieme scienza e tecnologia per dar vita a qualcosa di nuovo: l’era della Rete. “Ha fuso fucili per farne cannoni” come scrive il filosofo francese Deleuze a proposito del compito del filosofo. Jobs, allo stesso modo, ha preso ciò che già c’era e lo ha perfezionato rendendolo ancora più potente e funzionale. Che cosa di preciso?

Non c’è oggi il termine equivalente per dire Positivismo – a chi si occupa di filosofia, infatti, un errore è bastato – ma possiamo usare questa definizione: l’era della Rete appunto (o del “Game”, alla Baricco… credo che ancora abbia qualcosina da dire quel volume che, di fatto, è stato tritato e smentito dal Covid), oppure l’epoca del Web. Insomma, la rivoluzione digitale.

Cosa ci aspettavamo da tutto questo? Lavorare meno, avere più tempo libero e, novità, poter svolgere il nostro lavoro da casa, da remoto… ovunque insomma. Basta alzarsi presto. Fine delle corse fantoziane per prendere il bus, cercare il parcheggio, timbrare il cartellino. Finalmente, grazie alla Rete e alle tecnologie di Jobs & co. si sarebbe potuto lavorare dal bar (sul modello della famosa catena di caffetterie made in USA), dal parco, dalla spiaggia, dal divano da casa, dal giardino, stando in ferie.. di giorno, di pomeriggio, di sera. Una liberazione dalle catene delle otto ore e dai luoghi chiusi del lavoro e, soprattutto, una liberazione a portata di mano, lì da venire, vicina, ma non ancora davvero realizzata. Ed ecco perché sognata, desiderata e attesa.

(Invece, vedremo, come scrivono Deleuze e Guattari in “Kafka. Per una letteratura minore”, “non si sfugge alla macchina”… non si sfugge alla catena di montaggio…).

Vi ricordate, infine, come ci siamo riterritorializzati – e cioè abbiamo trovato nuove direzioni, nuove strade, nuovi percorsi e spazi – velocemente nel mondo magico del Web e della Rete con master, studi, università, scuole? Di colpo, all’improvviso, tutto è diventato non tanto liquido, ma matrice e flusso di dati. Saperlo gestire e/o governare sarebbe stata la chiave di quel futuro di liberazione che, finalmente, era lì a portata di mano. Web marketing, web designer, social media manager, erano e sono nei sogni di ragazzi e ragazze obbligati, invece, a studiate, fermi in classe, per cinque ore, latino, greco, filosofia, fisica, matematica. Basta! È il passato. Serve digitalizzare… anche i gessi nelle scuole sono stati trasformati in lim touch. Poi, mentre tutto diventava digitale, e cioè codice e matrice, sono arrivati i social. La nuova frontiera. Qui ci sono eventi virtuali, pubblicità infinita e gratuita, infiniti contatti e amicizie, ma anche concerti e show che posso vedere a casa, sul mio divano. I social chiedono pure loro nuove figure professionali (nasce l’epoca degli influencer). Il Mondo cambia ed evolve, la tecnologia è al suo fianco come d’altronde a quello dell’umanità, ancora una volta. Rinasce la fiducia nella tecnologia che va di pari passo con la fiducia nella scienza e cioè nella capacità di pensare e di fare dell’essere umano.

La tecnologia del Web ci consente di operare, agire e lavorare ovunque e comunque, a qualsiasi ora. Il lavoro è con me, sul mio cellulare, sul mio tablet, al mio polso. Scrivi e chiama quando vuoi. Sono sempre disponibile. Il lavoro, come la nostra vita, diventano smart, e cioè intelligente, rapido, veloce, abile, acuto, brillante, sveglio, intelligente, ma anche alla moda ed elegante. Tutto è, di colpo, smart… Questa volta ci siamo davvero. Scienza e tecnologia digitale, fuse insieme, sorelle gemelle, questa volta ci sono riuscite: la vita, il lavoro e, dunque, il futuro, saranno migliori. Questa volta per davvero – e non come successe al Positivismo con la Grande Guerra – andrà tutto bene….

E invece…

Lo smart working è un inferno. Smartphone e smartwatch sono una catena troppo corta per fuggire. Lavorare da casa è insopportabile: mancano le relazioni; manca la colazione al bar; manca il saluto al collega, lo sfottò per la partita, la pausa caffè, il sorriso dei colleghi e delle colleghe. I social diffondo fake, rabbia, odio, stancano. Gli occhi friggono a fine giornata. La DAD è una condanna per tutti: bambini e bambine, ragazzi e ragazze non imparano; i genitori non hanno tempo di seguire i figli in questa modalità. Si salvano, all’apparenza, solo le conferenze su Zoom (si guadagna tempo, ma manca quello che si perde in convenevoli e pettegolezzi). Il lavoro a casa è deleterio: non c’è più differenza fra tempo libero e tempo del lavoro. Non v’è alcuna differenza fra spazio mio, e cioè privato, e spazio del lavoro, pubblico. Tutto è uguale. Tutta la casa è ufficio. Ovunque io sia sto ancora lavorando e sono ancora al lavoro. Questa assenza di distinzione degli spazi è un evoluzione del concetto di Non-Luogo di Augè. Per l’antropologo francese i Non Luoghi erano gli spazi di utilizzo transitorio, pubblico e impersonale, destinati a essere utilizzati in assenza di ogni forma di ‘appropriazione’ psicologica. Qui, invece, siamo – passatemi il termine – in presenza di “Omni-Luoghi”, e cioè lo spazio-tutto dove non riesco a non identificarmi e a perdermi. La continua presenze e convivenza del mondo lavorativo e di quello privato logora, schiaccia, angoscia e ci condanna ad una catena di montaggio continua. Appunto, “non si sfugge alla catena di montaggio…” ve lo avevo detto che ci saremmo tornati.

E’ bastata una piccolissima forma di vita per bloccare, nuovamente, la fiducia nella tecnologia e nella scienza. E così si torna a credere alla Terra Piatta, agli aerei che diffondono scie chimiche, al fatto che non siamo mai andati sulla Luna e a tutto ciò che non ha alcuna evidenza… scientifica. Quando, dunque, abbiamo finito di capire il mondo? Forse – chissà, provo ad abbozzare – quando abbiamo smesso di credere nelle nostre capacità e ci siamo affidati ad altro, dimenticando che desiderare e sognare sono il motore che spinge avanti l’intraprendenza dell’essere umano. Quando lo abbiamo delegato e lasciato accadere senza un nostro controllo, ci siamo ritrovati oppressi da ritmi che non dettiamo noi, ma sono imposti da ciò che, all’apparenza, sembra impossibile da fuggire. Esattamente quello che descrivevano Deleuze e Guattari a proposito di Kafka….