“Vogliamo vedere Gesù”: il commento al Vangelo domenicale di don Trivini

La domanda di quei Greci che erano saliti a Gerusalemme per la festa è una richiesta che è dentro ognuno di noi. A volte la esterniamo esplicitamente, spesso la teniamo implicita nel nostro desiderio e nella nostra preghiera, ma sempre vorremmo che il Signore fosse il garante della nostra vita. Vorremmo vedere Gesù nei momenti del dubbio perché pensiamo che dovrebbe essere la verità che ci illumina; vorremmo vederlo nelle difficoltà per avere chiara la via di uscita; vorremmo vederlo in ogni momento perché ci sembrerebbe più facile la vita.

Il Signore non si sottrae alla nostra richiesta, come non si è sottratto a quegli stranieri che certamente non avevano coscienza della portata della loro richiesta. Ci mostra una parte di se stesso che noi non vediamo e non consideriamo: noi siamo appesantiti da problemi della nostra vita terrena e Lui ci risponde parlandoci di Cielo; noi vorremmo che venisse a patti con le nostre necessità piccole o gravi e Lui ci parla di eternità. E’ come se ci facesse vedere la parte di sé che noi non possiamo vedere, ma solo dobbiamo accettare per fede. Il suo vero volto è nella gloria del Padre che, per mezzo suo, ha realizzato il suo progetto di salvezza per gli uomini. La sua vera identità è nella risurrezione, perché là c’è il suo vero volto che possiamo contemplare. Ma insieme non ci tace il fatto che a quello stato arriveremo solo attraverso la croce, come ha fatto Lui.

Questo è l’ostacolo che ci blocca, perché la croce è sempre il terrore della nostra condizione umana. E’ faticosa, è disumana; è assurda e noi non riusciamo a renderci conto come Dio possa permettere una simile realtà. Io suggerirei di fermarci qualche volta, specialmente nei prossimi giorni della Settimana Santa, di fermarci in silenzio davanti al Crocifisso e ascoltare dentro di noi le vibrazioni, le riflessioni che sgorgano spontanee. Vorrei che nascesse in noi un sentimento profondo di riconoscenza e meraviglia nello scoprire che la Croce è il dono più grande che Dio ci abbia fatto. Superiamo il fatto del patibolo, della sofferenza indicibile, dell’umiliazione assurda.

Tutte cose vere, ma nulle di fronte al grandezza incommensurabile del dono che Il Signore ci ha fatto: la Croce. Cristo sulla croce non è semplicemente l’agnello sacrificato al nostro posto; non è l’eroe che ha avuto il coraggio di affrontare una prova così difficile. E’ salvatore perché sulla croce ha portato tutto ciò che è “uomo” (appartenente all’uomo) per farlo morire. Possiamo dire in primo luogo il peccato, che è tutto umano, la morte che è la conseguenza del peccato, insieme a tutto ciò che ci lega a questa nostra condizione: le nostre prospettive, i nostri progetti, il nostro modo di pensare, ciò che pensiamo importante e necessario a questa umanità, per farlo morire, perché incapace di far vivere l’uomo. Un esempio per tutti. Noi diciamo spontaneamente: basta la salute. Nessuno mette in dubbio il valore della salute, ma sappiamo bene che non coincide con la vita dell’uomo. Se noi pensiamo che debba coincidere salute = vita ci inganneremmo. Così per tante altre realtà che noi abbiamo in mente spontaneamente. Tutto ciò che è solo umano non è capace di far vivere l’uomo. Tutto questo sulla Croce di Cristo muore, per lasciar vivere l’amore del Padre che dà la vita nuova della risurrezione. Quella nuova alleanza di cui parla Geremia nella prima lettura. Una Alleanza non scritta su tavole di pietra, ma nel cuore dell’uomo, si che nasce un rapporto nuovo tra Dio e l’uomo. Il vero volto di Cristo è questo: il Cristo della Risurrezione che vive della gloria del Padre.

Noi siamo incamminati verso la celebrazione del mistero pasquale. Contempleremo il Cristo glorioso. Non dimentichiamo che noi siamo già partecipi di quella condizione e possiamo dire con verità che contempliamo già il vero volto di Cristo fin dal nostro Battesimo.