Il filosofo Luca Cremonesi: “Il disagio come condizione insita nel pensiero”

La filosofia nasce dal disagio. Anzi, diciamolo meglio. Pensare nasce dal disagio che si genera sempre quando non riconosciamo ciò che già sappiamo. La tranquillità sta nella capacità di riconoscere e nell’adeguamento; il disagio invece – da un punto di vista filosofico – non è solo qualcosa di clinico, ma è una condizione insita e propria del pensiero. La questione è centrale nella storia della filosofia, fin dai tempi degli antichi greci. Lo sapeva bene Platone, il padre della filosofia, tanto che il ‘suo’ Socrate diventa per noi contemporanei il personaggio concettuale par excellence di questa condizione.[1] Non possiamo qui dilungarci sulla faccenda degli attacchi che Platone mette in bocca al ‘suo’ Socrate per eliminare e rendere innocuo il disagio prodotto dalle filosofie precedenti alla sua – l’atomismo di Democrito e la scuola dei Sofisti – ma è chiaro che l’atto del pensare – l’inizio dell’attività che chiamiamo pensiero – è legata al disagio, da un lato, di non riconoscere ciò che già sappiamo (una delle basi teoretiche del pensare di Platone) e, dall’altro, di non avere a disposizione un sapere che possa rispondere a nuove esigenze che nascono dal contrasto insito all’interno di una società ricca – per i parametri del tempo – e che era convinta di saper dare risposte adeguate a qualsiasi ambito conoscitivo. Questo era il disagio,  e cioè il carburante, da cui si genera la filosofia.

Possiamo affermare che la filosofia nasce in simbiosi con il disagio e con questa condizione intrattiene un rapporto di stretto legame generativo. In Grecia, la patria di questa ‘cosa-detta-filosofia’ – come d’altronde ci ricordano i libri, i filosofi tutti e, non ultima, la Costituzione Europea[2] – il pensiero che diventerà poi la Filosofia, si sviluppa, cresce e progredisce grazie proprio allo stretto rapporto con il disagio generato in seno a una civiltà che ha tutto quello che le serve per essere grande, ma sente e percepisce una irrimediabile mancanza.

Come spesso accade, l’avere tutto non va di pari passo con l’essere felici. Si genera così l’esigenza di risposte nuove a problemi che, fino a quel momento, avevano trovato soluzioni che non davano più adeguate soddisfazioni. Meglio ancora: quello che in Grecia si sviluppa è la necessità di pensare in modo diverso il problema, e cioè il nucleo generativo e genetico di ogni pensare. Detto in altre parole: si pensa solo quando non si riconosce qualcosa.

La filosofia, fin dal suo accadere, è contro-altare e legame inscindibile con il disagio, e cioè lo sfondo da cui si staglia come un lampo sul cielo nero. Franco Basaglia lo esprime ancora meglio: “Il malato non è solamente un malato ma un uomo con tutte le sue necessità. […] Io ho detto che non so cosa sia la follia. Può essere tutto e niente. E’ una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece, questa società accetta la follia come parte della ragione, e quindi la fa diventare ragione attraverso una scienza che si incarica di eliminarla”.[3]

Platone lo affermava già, a più riprese, ne La Repubblica e, in particolar modo, nel suo passaggio più famoso – il Mito della Caverna – ce lo dice in modo schietto e onesto. “Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose”.[4]

Dal fondo della Caverna platonica l’umanità – liberata dalla condizione di asservimento volontario alle ombre – intraprende la risalita alla superficie. Solo lì, sostiene Platone, si trova la luce, la verità. In superficie troveremo la pace, il bene e la giustizia e tutto sarà chiaro e cristallino. Tuttavia c’è un fatto che Platone mette ben in evidenza. Questa ascesa è un peccato che i compagni di (dis)avventura di quell’essere umano – sia esso uomo o donna poco importa per noi – non sono disposti a perdonare. “Se potessero averlo fra le mani e ammazzarlo” scrive infatti il filosofo greco, lo farebbero. Perché Platone sente l’esigenza di specificare questo aspetto? Ecco la mia tesi: perché il fondo della Caverna è anche e soprattutto sfondo. In sostanza: non si dà alcuna verità senza disagio.

Quei compagni rimasti legati in fondo alla Caverna sono il contro altare di quell’essere umano che ha osato salire alla superficie. Ed ecco perché quel gesto è uno sgarro nello sgarro. L’essere umano che sembra essersi liberato, sente invece il desiderio di tornare nel fondo per indicare la via di risalita a tutti gli altri. Perché? Forse, a ben vedere, potrebbe trattarsi del retaggio di un’antica condizione ancestrale che, per lungo tempo, ha spinto l’essere umano a celare il proprio disagio in basso, nelle viscere della terra.

Nel fondo della Caverna, dunque, si trova lo sfondo su cui poggia la libertà acquistata dall’essere umano platonico. Propio come viene vissuta la parate di nuda roccia dai primi ‘artisti’. In altre parole: non si sale senza portar con se il fondo/sfondo fino alla superficie. Questo legame consente all’essere umano di esprimere tutta la sua potenzialità. Verrebbe da chiedersi “che cos’è l’espressione?”, ma per Deleuze, Spinoza non può definirla, né utilizzarla per definire: l’espressione emerge «solo in quanto determinazione del rapporto fra l’attributo, la sostanza e l’essenza»; «quando la sostanza è assolutamente infinita, quando possiede infiniti attributi, […] solo allora, gli attributi esprimono l’essenza, perché allora, anche la sostanza si esprime negli attributi”.[5] In parole semplici: non c’è nessuna distinzione fra fondo/sfondo e superficie. Esiste solo un unico piano dove fondo/sfondo coesistono: tutto è superficie. Nel nostro linguaggio: non ci si separa mai dal disagio ma questo è potenza vitale del pensiero.

Ecco il termine chiave: l’espressione del disagio. I differenti modi di essere – parafrasando sempre Spinoza – si esprimono a partire dal disagio dando continuamente  vita a nuove forme di pensiero. Ed è altrettanto chiaro che ogni forma di vita esprime se stessa, e non lo fa in contrapposizione ad altro. Il disagio è capacità di espressione come potenza in ogni forma di vita; la potenza non è altro che la capacità del fondo/sfondo di non separarsi mai dalla superficie.

Riprendiamo ora le file del discoro relativo all’uomo platonico prima di passare in rassegna una selezione di alcune figure del disagio filosofico contemporaneo che dovrebbero aiutarci a capire meglio quanto fin qui argomentato. Una volta giunto alla superficie, l’essere umano platonico sembra dunque aver espresso pienamente se stesso. Potrebbe restare dove è giunto a contemplare la verità. Sembra essere questo il solo destino dell’umanità platonica. Tuttavia, diciamocelo, chi davvero vorrebbe vivere così? Nessuno, neppure lo stesso Platone che, infatti, per ben due volte si reca a Siracusa per cercare di dare consigli al tiranno di turno. Come già abbiamo detto in precedenza, il destino è il ritorno nella Caverna. Cosa spinge l’essere umano platonico a decidere di tornare indietro e arrivare fino al fondo della Caverna da cui è partito? Quale nuovo disagio – questa volta alla e sulla superficie – lo anima e lo rende combattuto? Semplice: l’esistenza dell’umanità, degli altri, della comunità.

Il ritorno in fondo alla Caverna è molto importante perché, lo ricorda bene Alain Badiou nella sua rilettura de La Repubblica[6], quel secondo viaggio fonda la politica. Ecco l’altra dimensione, l’altra disciplina che, per sua natura, è figlia del disagio fecondo. “La filosofia è attiva solo se lo è per prima la divina politica, se eventi sgretolano la routine consensuale, se iniziative organizzate mostrano che cosa significhi non adeguarsi alla “democrazia” circostante. Quale azione reale, quella ordinata dai princìpi e non dalle opinioni, esiste localmente, allora l’idea filosofica può liberarne il valore universale” scrive Badiou.[7] E ancora: “Ora possiamo riassumere i compiti della filosofia in relazione alle circostanze filosofiche. Primo: fare chiarezza sulle scelte principali del pensiero […]. Secondo: fare chiarezza sulla distanza tra il pensiero e il potere, tra la verità e lo Stato; misurare tale distanza e sapere se sia o meno possibile superarla. Terzo: fare chiarezza sul valore dell’eccezione, il valore dell’evento, il valore della rottura e farlo in opposizione alla continuità della vita, al conservatorismo sociale.[8] Quarto – aggiungo io – lavorare sempre a stretto contatto con il disagio e averne chiaro il valore.

Un doppio disagio, dunque, all’origine della filosofia: quello di una civiltà ricca che cerca nuove risposte – ma solo a patto di saper formulare nuovi problemi – e quello di una società che deve riscoprire il legame fecondo e profondo fra filosofia e politica. Pertanto, il disagio filosofico ha una duplice natura: è senza dubbio quella condizione che porta l’essere umano prigioniero nella caverna platonica a intraprendere il cammino di risalita, ma è anche, allo stesso tempo, la condizione propria dell’essere umano che vuole pensare, per davvero e sul serio. Questa attività è immediatamente politica, e cioè azione per la Polis, per la propria comunità. “Attività politica per il Greco non è semplicemente l’occuparsi direttamente degli affari dello Stato, ma significa in senso amplissimo ogni forma di espressione, ogni estrinsecazione nella polis della propria personalità. Politico non è solo l’uomo che partecipa all’amministrazione pubblica, ma ogni cittadino libero che in un modo o nell’altro ha una sua funzione nella vita della polis, e sopra ogni altro lo è colui che agisce come educatore dei giovani nella città […]. Politiche diventano quindi tutte le attività spirituali dell’uomo; arte, religione e filosofia”.[9] In sostanza, saper pensare e saper agire (in modo consapevole in quanto cittadino) sono le formule per salvare il disagio dal suo spettro negativo e, allo stesso tempo, farlo vivere in superficie. “Lungi dal considerare il potere il nemico da combattere, la filosofia ha nel potere il suo elemento” ci ricorda anche Rocco Ronchi ai giorni nostri.[10] E’ normale, dunque, in una situazione di divisione fra sopra e sotto, che chi sale alla superficie venga visto come nemico e subisca, al momento del ritorno, il disagio di chi, invece, è rimasto fermo nella sua posizione. O meglio, e qui serve tornare ancora una vota alle categorie fondanti della filosofia.

Il disagio è sempre figlio del divenire, mentre la tranquillità e la stabilità sono figlie dell’immobile, di ciò che si conserva e resta se stesso senza mutare mai. Ancora una volta siamo arrivati all’Essere e al Divenire, e al loro legame. Questa è l’origine del disagio in filosofia. Uno e molteplice; identità e differenza. Ecco altre declinazioni del disagio. Chi è “centomila” crea disagio; la moltitudine genera disagio; il divenire continuo e il mutamento producono disagio; chi si muove continuamente crea disagio; chi non rispetta gli schemi, chi arriva senza preavviso crea disagio; chi contamina crea disagio. L’ordine, l’unità, l’identità, invece, rassicurano. Ed ecco spiegata la dinamica dell’essere umano che abita sereno e sicuro nella Caverna e che, una volta salito alla superficie, decide poi di tornare. Questo ritorno è contaminante perché quell’essere umano  è diventato un filosofo e un politico.

I compagni di prigionia lo ripudiano: non è più uno di loro. La sola presenza li turba e li mette a disagio. Non è più ‘uno di loro’, è diventato altro. Anzi, è l’altro diverso da me. Quell’essere umano, ora, crea disagio nel senso di spaesamento. Das Unheimliche lo chiama Freud, il perturbante, un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato  come termine concettuale per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa (o una persona, un’impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita a una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità. Ecco la prima formula del disagio, la più semplice insomma. A questa si aggiunge la seconda formulazione, quella che Platone chiamerebbe l’oceano infinito della differenza (il molteplice senza l’uno, la molteplicità libera senza alcuna identità), l’altro che deve sempre vivere in me. Potremmo chiamarla anche fase dello specchio citando Lacan. Si tratta del momento in cui il bambino, tra i 6 e i 18 mesi di vita, si guarda nello specchio e dà segno di riconoscere la propria immagine. È proprio Jacques Lacan nel 1936 a introdurre nella psicoanalisi freudiana la locuzione di fase dello specchio, intesa come momento in cui nella mente del bambino si comincia a costituire il nucleo dell’Io. In tale età il bambino è ancora in uno stato di assoluta dipendenza e di relativa immaturità della coordinazione motoria; riconoscere sé stesso nell’immagine riflessa nello specchio gli dà un senso di giubilo e di allegria, come testimoniato dalla mimica e dai gesti del piccolo durante questa piccola avventura. Proprio questa fase di sdoppiamento è ciò che è interessante: io sono qui e là, nello stesso tempo. L’Io non può prescindere da questa scissione. Esattamente come l’identità non può esistere senza la molteplicità e la superficie, senza il fondo/sfondo.

In conclusione, il rischio di tutto questo è che tutti questi figli del disagio portino e generino scompiglio, Ed ecco che, come sostiene Foucault, “bisogna difendere la società” (dal disagio). “Il potere è essenzialmente quel che reprime. Il potere reprime la natura, gli istinti, una classe, degli individui” scrive nel corso al Colle de France del 1976.[11] E’ interessante come ancora una volta uno dei libri più significativi degli ultimi lustri sia, in realtà, un non-libro. Bisogna difendere la società è, infatti, la trascrizione del corso che Michel Foucault tenne a Parigi. Non era nato per essere un libro. Molti testi decisivi del ‘900 e dei primi anni 2000 sono ‘non-libri’: è il destino di un’epoca. Pure questa una forma di disagio, e cioè una risposta che si manifesta nell’incapacità di trovare una chiusa e una formula che risolva la questione. Nell’Ottocento si sarebbe trovata; nel Novecento e negli anni Duemila si accetta l’incompiutezza. Ma questa è tutt’un’altra storia…

Il disagio, in conclusione, domina ogni ambito. O come ci ha ricordato Deleuze, è semplicemente salito – finalmente – alla superficie. Qui iniziano i problemi che siamo chiamati ad affrontare e che, senza dubbio alcuno, creano disagio, ad ampio spettro.

[1]Il personaggio concettuale è il divenire o il soggetto di una filosofia, è ciò che sta per il filosofo, al punto che Cusano o anche Descartes dovrebbero firmarsi “l’Idiota”, così come Nietzsche si firma “l’Anticristo” o “Dionisio crocifisso”. […] Divenire non è essere: Dioniso diventa filosofo e contemporaneamente Nietzsche diventa Dioniso. Anche in questo caso fu Platone a cominciare: diventò Socrate e contemporaneamente fece diventare Socrate un filosofo”. Gilles Deleuze e Félix Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 1996, p. 54-55.

[2] Si veda, fra gli altri, Leo Strauss, Atene e Gerusalemme, Einaudi, Torino 1998.

[3] Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 34

[4] Platone, Opere vol. II, Laterza, Bari 1967, pag. 342

[5] Gilles Deleuze, Spinoza e il problema dell’espressione, Quodlibet, Macerata 2019 (Nuova edizione).

[6] Alain Badiou, La Repubblica, Ponte alle Grazie, Firenze 2013.

[7] Ivi, p. 226.

[8] Alain Badiou, Slavoj Zizek, La filosofia al presente, Il Melangolo, Genova 2012, p. 11.

[9] Giorgio colli, Filosofi Sovraumani, Adelphi, Milano 2009, p. 9

[10] Rocco Ronchi, L’ingovernabile, Il Melangolo, Genova 2019, p. 15

[11] Michel Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 1998, p. 22

Quello che avete letto è l’abstract di un saggio ben più corposo pubblicato nel volume accademico “Il filo d’erba e la gomena”, a cura del prof. Marco Venturni, edito da Postumia nella collana Quaderno Postumia n. 8 Collana Scientifica Pietro Albertoni. Se desiderate ricevere il saggio completo potete scrivermi alla mail cremonesiluca1977@gmail.com