Don Bergamaschi: “Qualche domanda al nostro Guido tra gioia e gratitudine”

Domenica 25 aprile il castellano Guido Belli vivrà una giornata di grande gioia, condivisa nel più profondo del cuore con la nostra comunità; ad attenderlo ci sarà infatti l’ammissione tra i candidati al sacerdozio. Potete immaginare l’emozione… Lo incontro, come sempre disponibile e sorridente, per chiedergli innanzitutto di raccontarci in cosa consiste questo momento.

G.B. Hai detto bene: sarà un momento di gioia, del quale essere grati sin d’ora al Signore e, dunque, l’occasione per ringraziarlo e lodarlo insieme. L’ammissione è un passaggio importante nel cammino di seminario, perché è il rito nel quale manifesterò pubblicamente il desiderio di dedicare la mia vita al Signore e al suo corpo, cioè alla sua Chiesa, Chiesa che, in persona del Vescovo Marco e degli educatori che mi accompagnano, riconosce, altrettanto pubblicamente, la bontà della vocazione e del mio proposito. Esprime anche il mio impegno a portare a termine la formazione teologia e spirituale che, negli ultimi tre anni di seminario che mi aspettano, sarà più specifica in vista dell’esercizio del ministero.

Possiamo dire che è una sorta di “fidanzamento ufficiale”?

G.B. Sì, esattamente! Infatti, all’appello che il Vescovo mi rivolgerà, risponderò dicendo «Eccomi», cioè con la stessa espressione usata da Maria all’annunciazione fattale dall’angelo Gabriele, che indica anche la disponibilità dei profeti a mettersi in ascolto della Parola di Dio e a lasciarsi plasmare da essa. Poi, alle interrogazioni circa il mio proposito di ricevere l’ordine sacro, risponderò «Sì, lo voglio», proprio come il consenso che gli sposi si scambiano nel rito del matrimonio.

La tua ammissione sarà celebrata in occasione della 58ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Come definiresti, in breve, la vocazione?

G.B. Per usare un’immagine a me molto cara, ciascuno di noi è come la tessera di un grande mosaico, che è l’amore trinitario del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Scoprire la propria vocazione è occupare esattamente il posto che ci è riservato in quel mosaico, senza forzature, ma nella libertà. Solo così, ad incastro perfetto, l’immagine che ne risulta è quella vera, autentica e bella. È, dunque, rispondere con gratuità e libertà all’amore del Signore per noi, per una vita in pienezza, fino in fondo, senza accontentarci di sopravvivere.

Secondo te, cosa è determinante nella vocazione?

G.B. Trovare la propria vocazione richiede molto ascolto: è questo l’atteggiamento fondamentale e indispensabile. Ascoltare vuol dire imparare a leggere la propria vita alla luce di quell’amore di cui ho parlato prima: alla luce di Cristo e del suo Vangelo. Ci vuole, però, coraggio. È forte la tentazione di conformarci a quello che il mondo ci propone; ma questo porta un rischio grande, che è quello di perdere la nostra somiglianza con Dio, per seguire la “massa” e quello che ci viene propinato da altri. Ascoltare è recuperare la somiglianza con Dio, leggere, alla luce del Vangelo, le intuizioni che abbiamo nel cuore. Ma è farlo con sincerità e fino in fondo, senza compromessi e senza paure, andare a fondo, a nudo di noi stessi.

Come hai scoperto la tua vocazione?

G.B. Quell’ascolto, per essere autentico, dev’essere esperienziale, cioè non ideologico, ma vissuto nella vita di tutti i giorni. Cristo è il risorto, è la vita, non un’idea o una teoria. Questo vuol dire che la vocazione la scopri vivendola pian piano, all’inizio magari inconsapevolmente: negli incontri, nei volti, nelle parole degli altri. Insomma, nelle relazioni: è per questo che Dio ci ha creato come persone, non come individui. Il Signore manifesta i segni della vocazione proprio in ciò, e in coloro, con cui abbiamo a che fare ogni giorno. Determinante, per me, è stato un campo estivo della nostra parrocchia, a Molveno, dal 9 al 16 luglio del 2017, che ho vissuto insieme ad un gruppo di ragazzi del 2005 e ai loro animatori. Era un periodo in cui il Signore mi aveva già messo in “ricerca” di qualcosa di più, suscitando in me una sana inquietudine a non accontentarmi della vita che già facevo. Lì si è acceso un fuoco in me…una luce che ha chiarito tutto. Ho pianto tanto, ma di gioia perché in ciascuno di quei ragazzi ho fatto l’esperienza del Cristo risorto e vivo, presente in mezzo a noi.

Hai parlato di una “sana inquietudine”: ci spieghi meglio cosa intendi?

G.B. Certamente: diciamo che, almeno in apparenza, avevo tutto ciò che desideravo e mi sentivo, come si suole dire, “realizzato”. Avevo completato con dedizione e successo gli studi e svolgevo il lavoro che sognavo sin da piccolo: quello di avvocato. Erano anni molto proficui e con possibilità concrete di ulteriore “carriera”. Eppure, avvertivo dentro di me che mancava qualcosa. Ma non riuscivo a capire cosa e questo creava in me inquietudine. E questo mi ha messo in movimento, mi ha spinto quella lettura della mia vita di cui ho parlato prima. Un’inquietudine che genera un’intuizione direi. E il Signore ha fatto il resto: mi ha offerto opportunità, incontri, esperienze…insomma, una serie di elementi provvidenziali che hanno reso tutto più chiaro.

Nel tuo cammino, sino ad ora, hai avuto solo gioie o qualche difficoltà?

G.B. Un elemento fondamentale e imprescindibile, per ogni cristiano e per ogni vocazione, è quello della croce: c’è sempre una croce da portare. Questo vuol dire che accanto alla gioia c’è anche la sofferenza. Ma, del resto, è solo passando attraverso la passione e la morte che si giunge alla risurrezione. L’importante è vivere tutto insieme a Cristo e affidarsi a lui, perché la certezza della risurrezione ci permette di superare tutto e di tenere fisso lo sguardo non solo sul nostro pellegrinaggio terreno, ma sulla vita eterna. Solo così tutto quello che viviamo qui viene trasfigurato: dolore, fatiche e sofferenze comprese.